Il nome del figlio (la mia recensione)


Ve lo dico subito: Il nome del figlio, di Francesca Archibugi, non è una cover di Cena tra amici di Alexandre De La Patellière e Mathieu Delaporte. Questa è sicuramente una notizia perché, guardando il trailer ufficiale, tutti ci siamo domandati la stessa cosa: "ma ci prendono in giro?". Eppure la curiosità era forte... A questo punto sarà il botteghino a dirci se la scelta di impostare così l'antipasto sia stata la scelta giusta. Sicuramente il film merita di essere visto e forse rivisto. E vi dico perché.

La Archibugi si ispira senza dubbio al celebre film francese, a sua volta tratto dalla pièce teatrale Le Prénom. Da questo mutua i crocevia della trama e, sostanzialmente, i personaggi. Ma la piega che prende questa edizione romana de Le Prénom è tutt'altro che prevedibile. Innanzitutto il protagonista: non c'è! Il film è un condensato di apici artistici di un gruppo di attori probabilmente in stato di grazia. Micaela Ramazzotti, fra tutti, risplende; è lei la grande svolta rispetto al film francese. Là, relegata a comprimaria; qui la moglie del fascistone Paolo diventa il cuore della storia, custode di segreti inaspettati e volto di una Roma che sa ascoltare.


Roma. Ecco l'altra grande trama nella trama. Nel film francese tutto succedeva tra quattro mura di casa. Una casa di intellettuale francese che nascondeva i preconcetti di una certa cultura di sinistra, quasi impermeabile alle intrusioni. Qui il film nasce tra le vie di una Roma periferica eppure bellissima, colorata nei graffiti del quartiere Ostiense, e tra queste vie continua a raccogliere il proprio ritmo. Ritmo che prosegue sulla terrazza di questo grande appartamento; terrazza che guarda sui binari della stazione e concede alla pellicola qualche distrazione.

Nell'articolazione della storia merita la lode l'inserimento di Telefonami tra vent'anni di Lucio Dalla. Un momento magico in cui è chiaro che tutto il cast si lascia andare, cullato dalle note di una canzone che è storia della musica italiana

Ho trovato il film intenso, godibile, divertente. Un ritratto dell'Italia che corre e di quella che frena. Un ritratto che, in ciascuno dei personaggi maschili, serba qualcosa in cui immedesimarsi. E qualcosa di cui vergognarsi. Ed è questo, in fondo, il grande potere de Il nome del figlio.





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